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Sono
passati più di tre mesi dalla
conclusione del torneo olimpico femminile
di hockey; in soli ottanta giorni Jules
Verne fa compiere a Phileas Fogg il giro
del mondo..., io ho elaborato emozioni,
dispiaceri ed entusiasmi per mettere
giù un commento alla partecipazione
dell'Italia, ed è un po' come avere
fatto il giro del mondo.
Ai Giochi di Torino la nostra nazionale ha
dato quanto era nelle sue
possibilità in quattro partite su
cinque; l'ultima, quella contro la
Svizzera, ha rivelato limiti di tenuta,
anche mentale, prevedibili e non
previsti.
Sulle azzurre ho poco da aggiungere.
Montanari e Frasnelli hanno fatto per
intero il loro dovere (Debby era al 70%
per l'infortunio che l'ha esclusa dal
torneo preolimpico e tenuta lontano dalle
piste fino a gennaio, forse per questo
è apparsa 'solo normale', come ha
scritto Pircher).
In difesa si è distinta Katharina
Sparer (tra le migliori in assoluto),
seguita da 'mamma' De Nardin e dalla
'bocia' Bettarini che sono riuscite a non
farsi travolgere. Troppo fallosa Linda De
Rocco, ma la zoldana, fatta chiarezza con
il regolamento, resta uno dei nostri
migliori atouts per il futuro. Gli
sballottamenti di posizione hanno reso
inclemente con Fiorese, e più
ancora con Angeloni e Friz, la
rapidità delle avversarie
incrociate all'Olimpiade.
L'attacco, con Florian, male utilizzata,
è vissuto sulle iniziative del trio
Leitner-Bazzanella-Kaser. Maria Michaela,
un po' egoista, a volte troppo sola, ha
lottato da par suo anche contro la stazza
delle avversarie riuscendo sempre a stare
in partita; bravissima. Sorprendente la
capitana, lenta finché volete, ma
efficace e regolare nel rendimento, Evelyn
è stata la migliore delle nostre
negli ingaggi. Wally la conoscete tutti:
generosa, combattiva, esemplare nonostante
qualche ingenuità dovuta al troppo
lavoro. Di 'Cin cin' Florian e De La
Forest dico più avanti ciò
che penso. Il resto del nostro potenziale
offensivo è stato trattato come
carne da macello: inutile l'esperienza di
un tipo tosto come Sabrina Viel, inutili
la raffinatezza di Caldart e Toffano,
la verve di Da Rugna e Carignano,
la velocità di Bissardella; tutte
hanno patito il marasma tattico nel quale
erano incolpevolmente immerse.
Dopo avere sofferto con e per loro, resto
dell'avviso che uno spogliatoio femminile
non debba essere 'trattato' come il
corrispettivo maschile. Sono diversi i
fattori di coinvolgimento, diversa
l'origine delle querelle, diverse
le motivazioni che giustificano o
provocano prestazioni in controtendenza.
Non ho mai visto un ambiente fatto di
donne reagire positivamente al trattamento
cosiddetto 'del bastone e della carota',
eppure è quello che è stato
adottato per le azzurre.
L'Italietta dell'hockey è stata
così poco accorta da allontanare
alcune atlete e, addirittura, perdere per
strada due autentiche stelle come Nicol
Bona e Federica Zandegiacomo.
C'era un Commissario Tecnico, Marco Dolce,
privo di potere reale e infine 'giubilato'
senza riguardo alla vigilia dei Giochi. Se
l'ex C.T. è incavolato nero, ha
tutta la mia solidarietà.
C'era la team leader, Rosy
'Giovanna d'Arco' Giordano, che ha presto
dovuto rinunciare all'appellativo e
rinfoderare la spada per il bene della
Patria hockeystica.
C'era il medico, Francesca Franchi, capace
di avvertire incrinature nella complessa
struttura fatta di cervelli, muscoli e
passioni interagenti, ma più dei
consigli erano apprezzati i suoi
cataplasmi.
Restano Markus 'Napoleone' Sparer ed i
suoi vice, Ganz e Segatta. Sull'operato
dei nostri tecnici ho già
raccontato quanto visto dalla tribuna nei
commenti agli incontri. Roberto Ganz e
Angelo Segatta non hanno saputo o voluto
interferire. Al coach,
ricordandogli che esercita una professione
esposta alle critiche e che io esercito il
mio diritto di critica, riconosco il
grande merito di avere creduto nelle
possibilità della squadra e di
essersi sacrificato per l'avventura
olimpica; sono, invece, in disaccordo con
lui per:
a) l'impostazione della squadra;
b) le scelte tattiche;
c) la gestione di alcune atlete.
Il primo errore fondamentale è
stato affidare la nazionale ad un
allenatore di club. Sparer ha
semplicemente spostato in azzurro le 'sue'
Eagles conservandone pregi e difetti.
Nessun tentativo è stato fatto per
integrare all'impianto originario, che
nessuno contesta, le qualità delle
atlete di altra provenienza. Se
'marciavano' le bolzanine la nazionale
giocava bene, altrimenti no. Il fatto che
dal 2000 Agordo e Bolzano si siano
equamente suddivise gli scudetti non ha
avuto, evidentemente, alcun rilievo per il
mister; è come se gli
scudetti dell'Agordo fossero dovuti al
caso e non alla bravura dei suoi tecnici e
delle sue atlete. Il selezionatore
s'è in sostanza limitato a coprire
i 'buchi' creati dalla mancata
convocazione di alcune Eagles, ha provato
mille formazioni smembrando continuamente
linee di attacco e di difesa e per anni
è andato avanti con questo
trastullo; in origine potevano esserci
problemi di selezione, ma ai Giochi, dove
sette squadre su otto sono scese in pista
a linee bloccate, l'unica con due terzi di
squadra 'campati in aria' era
l'Italia!
Si sapeva dal giorno in cui è stata
decisa la partecipazione che la nostra
nazionale avrebbe dovuto difendersi molto
e attaccare di rado, lo dicevano le
graduatorie mondiali, allora bisognava
imparare a difendersi; su questo versante
non ho visto alcun miglioramento, nessuna
prevista collaborazione delle attaccanti,
nessun richiamo, nessuna
'specializzazione' per qualche atleta da
votare al sacrificio. Obietto anche sui
tour de force imposti (inutilmente)
alle migliori, sulla gestione dei power
play, sul 'marmoreo' atteggiamento
della panchina quando sarebbero servite
critiche o incoraggiamenti. Se non
ricordate i particolari, provate a leggere
i resoconti
delle
partite.
Ciò che Sparer non avrebbe avuto il
diritto di fare è 'sciupare' Sabina
Florian. Due erano le nostre 'giarrettiere
rosa' che, per pattinaggio, tecnica di
base e temperamento, avrebbero potuto
trovare posto in qualsiasi formazione
olimpica: Leitner e Florian. "Cin cin"
l'hanno messa a fare il galoppino!
Chiunque avrebbe rivoluzionato ruoli e
schemi per avvalersi delle sue doti, per
evidenziarle, ma con Sabina ciò non
succede nemmeno nella sua squadra di club,
le Eagles guarda caso. Un crimine. Lei ha
segnato il primo gol dell'Italia, ha
sfacchinato per meritarsi un'olimpica
sufficienza, ma se ci accontentiamo di un
'sufficiente' a 'Cin cin' siamo tutti
rincoglioniti.
A De La Forest avevo affibbiato un
soprannome ('The dancer') che raccontava
della sua propensione a giocare danzando;
fantasiosa, imprevedibile, sicura sotto
porta, in continua evoluzione seguendo i
ritmi dello sviluppo fisico, Anna
pattinava beata verso l'Olimpiade di casa.
Poi, nell'ultimo anno, i troppi allenatori
di club, l'impatto con l'ottusa gestione
della nazionale e, di colpo, il mondo
fatato si dissolve. La ballerina si
angoscia, si affligge, perde
tranquillità, certezze, sicurezza,
e diventa... un 'soldatino'. Si
riprenderà.
L'egemonia napoleonica è durata
sette anni. Sette anni durante i quali,
all'evidente progresso delle singole
atlete non è seguita una pari
evoluzione nel gioco collettivo. La mia
censura va, a questo punto, a chi ha
consentito a Sparer di governare la
nazionale come un monarca assoluto e,
soprattutto, ha affrontato con
superficialità l'insorgere di
questioni non risolvibili dall'allenatore
come, nel caso delle Olimpiadi, i rapporti
con le atlete e la loro tutela nei
confronti di se stesse, delle
società d'appartenenza e dei datori
di lavoro.
"Nen tut lòn ch'a pend a
casca", non tutto ciò che pende
è destinato a cadere, dicono nel
capoluogo piemontese. La citazione, in
omaggio a Torino che si è superata
nell'accoglienza alle ragazze dell'hockey,
me l'ha regalata un 'italtifoso', con
bandiera tricolore e nipotina, al termine
del disperante e conclusivo
Italia-Svizzera; lui sventolava la
bandiera nonostante le svizzerotte ci
avessero ridotti a groviera, lei sognava i
Giochi del 2014: "...giocherò in
attacco, sarò vecchia come Vale
Bettarini, e saremo fortissime".
Non conosco il nome della mini-tifosa,
sono però sicura che il suo sogno
meriterebbe qualche chances in
più di quelle offerte dall'attuale
situazione nonostante la battuta
indulgente del nonno!
Torino 2006 ha acceso i riflettori
sull'hockey femminile e tutta quella luce
può dare risalto, ma anche
accecare. In altre parole, le nostre
'giarrettiere rosa' possono avere
intrapreso un lungo cammino oppure sparire
pur avendo ora molti estimatori in
più. A decidere saranno le
iniziative, i progetti, le azioni future
di atlete, dirigenti federali e di
società; discuterne
richiederà l'analisi del passato e
buona volontà da parte di tutti. Se
ne riparlerà.
Chi, in questi anni, ha frequentato il
sito (e chi ha letto "Le giarrettiere
rosa") è stato parte integrante e
non secondaria di un'intenzione: divulgare
l'hockey femminile. Se l'intenzione non ha
risposto alle esigenze dell'ambiente,
ringrazio i collaboratori (veri e
immaginari) e chiudo; in caso contrario,
cioè se il 'cuore' della
federazione batterà almeno un po'
per l'altra metà del cielo,
l'obiettivo è già fissato:
mantenere il nuovo ranking e
qualificarsi per Vancouver 2010.
In chiusura, un pensiero grato ad Alfio
Tuzzi, scomparso ad inizio mese; l'ex
arbitro e coordinatore del centro tecnico
federale di Bressanone anticipò i
tempi organizzando per l'hockey femminile,
negli anni '90, i primi raduni della
futura squadra nazionale.
Aggiungo un omaggio a Karl Linter, neo
eletto ai vertici dell'hockey nazionale e
un ringraziamento a Franz Sinn che,
ricordando l'anno trascorso come
vicepresidente di settore, ha annunciato
il ritiro della sua candidatura dicendo:
"... In eredità al mio
successore lascio una nazionale maschile
che ha raggiunto un'incredibile salvezza
in Gruppo A, una nazionale femminile in
forte crescita sull`onda delle Olimpiadi,
e un settore giovanile capace di esprimere
una Under 20 classificatasi terza ai
Mondiali di Prima Divisione, e una Under
18 che è immediatamente risalita
dalla Seconda. Questa è la base su
cui il mio successore dovrà
lavorare per costruire il futuro
dell'hockey italiano".
Archivio l'Olimpiade ricordando a Linter,
ai suoi nuovi collaboratori e alle future
azzurre, che i loro successi saranno
sempre 'figli' delle venti splendide
nostre rappresentanti a Torino
2006.
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